| Lettera di una precaria alla figlia: "Chi studia è un fallito, pensa a diventare bella!" |
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| Opinioni - Scuola |
| Martedì 07 Settembre 2010 17:43 |
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Pubblico la lettera scrtta da una mamma, insegnante precaria, a sua figlia, apparsa sul quotidiano "Il Messaggero" di ieri. Lascio a voi ogni altra considerazione, ma rimane una sensazione di rabbia e disgusto nel prendere atto di quelli che sono i valori di riferimento della nostra società e quanta ipocrisia è nascosta dietro tanti bei discorsi di chi ha la gestione dell'Istruzione Pubblica. «Mio dolcissimo amore, al momento posso solo dirti che lo studio non paga, non rende migliori, rende dei falliti, non serve a niente: meglio imparare un mestiere, ragionare poco, e guadagnare presto». È questo uno dei passi carichi di rabbia e amarezza contenuti in una lettera aperta che Rosalinda Gianguzzi un'insegnante precaria siciliana «delusa» dai tagli della riforma Gelmini scrive alla figlia che si appresta ad andare in prima elementare.
«Quel giorno sta arrivando amore mio, davvero presto, ma io non varcherò con te quella soglia. La mamma - scrive - resterà fuori, a lottare, perché quella scuola dalla quale sono stata brutalmente estromessa, quella scuola che ho contribuito a rendere una delle migliori del mondo, quella scuola in cui credevo e che amavo, sia buona anche per te e per tua sorella l'anno prossimo». E aggiunge sempre rivolta alla figlia: «Quando mi dici voglio insegnare, non riesco a dirti che è il lavoro più bello del mondo, ma che i sacrifici per riuscire a farlo forse non valgono la pena. Anche perché come si diventa insegnanti? Ieri per concorso e titoli, oggi per residenza, domani per discrezionalità dei presidi: è veramente un tunnel senza fine»! Ed ecco la conclusione sarcastica ed amara nello stesso tempo: «Meglio frequentare le scuole di danza, tenervi a dieta, rendervi belle, appetibili, con pochi scrupoli, ambiziose per inserirvi facilmente nel mondo del lavoro». Eppure nonostante tutto tra le righe prende corpo una speranza: «Spero di riuscire a fare la mia piccola parte per mutare le cose presto, affinché la tua domanda non arrivi prima che io sia riuscita a cambiare la risposta».
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