Quando il "bullo" è il maestro Stampa
Opinioni - Scuola
Lunedì 19 Ottobre 2009 16:09

In questo post non mi occupo di tecnologia, non propongo "buone pratiche" da seguire, ma piuttosto pessimi esempi da condannare.
Pochi giorni fa a Mestre un maestro ha scaraventato un suo alunno contro un armadio procurandogli ferite guaribli in 12 giorni. Nei casi in cui i protagonisti di episodi violenti sono stati i ragazzi, i mezzi di informazione hanno a lungo parlato di una scuola incapace di reagire, del bisogno di recuperare autorevolezza e spesso autorità da parte dei docenti. Ora che il protagonista di un grave atto volento è un insegnante, televisione e stampa censurano completamente la notizia, forse per l timore che venga scalfita l'immagine "ordine ristabilito" derivato dall'introduzione del voto di condotta....
Ovviamente il maestro in questione non ha subito alcun provvedimento disciplinare ed il ministro ha evidentemente considerato questo episodio molto meno grave della mancata corrispondenza all'invito ad osservare un minuto di raccoglimento in onore dei militari italiani caduti in Afghanistan, per la quale sembra siano in arrivo sanzioni. (leggi tutto). 


Quello che è ancora più sconcertante è il modo con cui alcuni colleghi, lungi dal biasimare il protagonista della vicenda,  riescono ad esaltare le gesta di quello che viene rappresentato alla stregua di vendicatore di ogni sopruso quotidiano dei bambini nei confronti della classe docente. Andando a leggere un gruppo di discussone per docenti (it.istruzione.scuola, dove trovate anche l'articolo del Gazzettino sul fatto accaduto) potete imbattervi in commenti di questo tipo:

 

"Sicuramente da adesso in poi il pargolo ci penserà 2 volte prima didisturbare in classe...."
"Almeno una cosa è risolta..."
"Spero il pargolo non sia una povera vittima, ma un bulletto in erba. Cosi' ha ricevuto una bella lezione..."
"Quando hanno dato 12 giorni di guarigione a me si trattava di una ferita lacero-contusa profonda con 15 punti di sutura, iniezioni di antibiotici e terapia antitetanica. Sarei curioso di sapere quante vertebre o costole si è fratturato il pargolo per avere una prognosi del genere..."
"Però, diciamo la verità, ha realizzato i nostri sogni nei momenti più difficili...."
"Come lo capisco... [riferito al maestro]"
"Perdonate... e l'armadio? Integro? Perchè pare la vera parte lesa della questione..."
"Esprimo la più viva solidarietà all'armadio, così ingiustamente colpito."

Non vorrei aggiungere ulteriori commenti a considerazioni che sarebbero gravissime anche se pronunciate nel chiuso di mura domestiche, magari in situazioni di particolare euforia alimentata da abbondanti libagioni, in questo caso aggravate dalla loro diffusione attraverso gruppi di discussione pubblici.
Mi piace però inserire alcune riflessioni su questi commenti ad opera del collega Antonio Vigilante, che costituiscono un indispensabile contrappeso  rispetto alle "cialtronate" sopra descritte

Le persone che così - solidarizzando, ironizzando, schernendo il bambino, che diventa pargolo, come dire bamboccio viziato e arrogante - commentano un episodio gravissimo sono le stesse che la mattina entrano nelle aule delle nostre scuole per compiere il delicato lavoro di istruire ed educare.
Ci si preoccupa dell'efficienza, della produttività, della competitività, del costo del nostro sistema scolastico. Questi commenti mettono in evidenza un problema che è molto più urgente. Un episodio di violenza contro uno studente è commentato dai docenti con parole non troppo diverse da quelle che gli studenti userebbero per commentare un episodio di violenza di uno di loro contro un docente. E' evidente che c'è un conflitto. La scuola è il luogo in cui i docenti odiano - o sopportano, accumulando rancore e frustrazione - gli studenti, e lo stesso avviene agli studenti. La pretesa assurda è che questo luogo, in cui ci si odia, sia al tempo stesso il luogo dell'educazione, in cui avviene quell'opera delicata e complessa che è la crescita di un essere umano nel bene e nel bello.
Se le scuole sono questo, c'è poco da discutere: meglio chiuderle. Quel poco che vi si impara si potrà bene impararlo altrove, in posti meno oppressivi, più liberi, in cui si possa respirare e vivere. Non ci si illuda. La violenza fisica, più frequente di quanto non si crede e realmente tollerata, quando non apertamente approvata (tra i miei ricordi di docente c'è quello di un collegio dei docenti durante il quale una collega fu applaudita dopo aver confessato di aver preso a schiaffi un'alunna), non è che parte di una violenza più ampia, costante, sistematica e strutturale - la violenza con la quale lo studente viene costantemente ricondotto alla volontà del docente o all'esigenza del luogo, giudicato e confrontato, umiliato e zittito. Le scuole sono luoghi in cui l'umanità soffre, la dignità è offesa, la creatività conculcata, e trionfano il cinismo, l'opportunismo, la passività, l'obbedienza. L'insegnante fin dal suo primo giorno di lavoro si trova immerso in un sistema che ha dalla sua la forza della tradizione, che assume la maschera del buon senso, pur essendo evidentemente folle. Se volesse cambiare le cose, incontrerebbe non poche difficoltà. Il maestro che tollerasse la vivacità dei suoi bimbetti - Tolstoj raccontava con un certo compiacimento lo scompiglio della sua classe a Jasnaja Poljana - si troverebbe a subire l'ispezione del dirigente, perché un maestro dimostra di essere un buon maestro anche esibendo il silenzio e l'ordine della sua classe, e così un docente di scuola superiore che tentasse di stimolare la creatività dei suoi studenti, invece di esigere la ripetizione mnemonica della lezione o del libro di testo. L'insegnante è immerso in una realtà intimamente conflittuale, che può piacergli o meno, ma che non ha deciso lui. Con i suoi studi ha acquisito la conoscenza della sua disciplina e, forse, qualche conoscenza di didattica. Ciò che nessuno ha pensato di fornirgli è qualche conoscenza sull'arte di gestire i conflitti. Gran parte dell'insegnamento è questo: gestione di confltti. Ma i docenti non sono preparati per questo. In un certo senso, vanno allo sbaraglio. Di qui la frustrazione e il malessere espresso dai commenti citati.
Come fare in modo che le scuole siano luoghi meno infelici? E' da questa domanda, che è ancora tabù, che deve partire ogni seria azione di riforma della scuola."

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